Negli ultimi giorni abbiamo assistito a più di un’opinione di esponenti della politica nazionale con un unico comune denominatore: le donne e il loro modo di vestirsi e di porsi. E’ davvero l’orlo della gonna quello di cui stiamo parlando?
Era il 1946 quando le donne italiane votarono per la prima volta.
Ottant’anni dopo una donna può – con difficoltà- guidare un ministero o un’azienda, eppure se esce di casa con una gonna troppo corta trova ancora chi ha qualcosa da ridire.
Sul corpo delle donne, il diritto di giudicare non è mai andato in pensione. La libertà, in fondo, si misura anche da qualcosa che sembra minimo: potersi vestire come si vuole. Sembra scontato, e non lo è, perché su come una donna si copre o si scopre quasi tutti si sentono in diritto di dire la loro, con quale autorità?
È una pretesa antica, che cambia forma con le epoche e le latitudini.
In Iran il velo è obbligatorio per legge “solo” dalla rivoluzione del 1979, e a pagarne il prezzo sono donne che vorrebbero soltanto poter scegliere: nel 2022 Mahsa Amini, ventidue anni, è morta dopo essere stata fermata dalla polizia morale perché lo portava, dicevano, nel modo sbagliato. La sua morte ha riempito le piazze di uno slogan, «donna, vita, libertà», e ha ricordato al mondo che obbligare una donna a coprirsi può arrivare a costarle la vita.

in cui le donne nel mondo hanno spedito, alle Ambasciate dell’ Iran del proprio Paese,
una ciocca di capelli con lo slogan “donna, vita, libertà“
Da noi, in Italia, la pretesa è più sfumata; molto spesso è qualcosa che non sta scritto da nessuna parte, e vive nei commenti, nei consigli non richiesti, nell’imbarazzo di una famiglia quando esci vestita “così”. Arriva perfino a rovesciare le parti: quando una donna subisce una violenza, tra le prime cose che le vengono chieste c’è ancora come fosse vestita, come se in una piega di stoffa potesse nascondersi una scusa per chi l’ha aggredita.
E’ storia non troppo lontana in Italia: fino al 1981 un uomo poteva cancellare uno stupro sposando la ragazza che aveva violentato, e la legge chiamava quelle nozze «matrimonio riparatore».
Dietro ogni riforma c’è stato il coraggio di qualcuna, ma non solo. In un paese della Sicilia, nel 1965, Franca Viola aveva diciassette anni quando rifiutò di sposare l’uomo che l’aveva sequestrata e violentata, e pretese un processo. Non fu lasciata sola: accanto a lei si schierò la sua famiglia, e soprattutto il padre, un uomo del Sud di umili origini, contadino, che invece di piegarsi alla vergogna che tutti gli additavano scelse di stare al fianco della figlia e di difenderne la voce.
Un’altra donna che ha fatto della propria esperienza personale e del proprio corpo una questione di libertà, è Emma Bonino, scomparsa l’11 settembre scorso a settantotto anni. Prima di essere una battaglia, la sua fu una ferita.
A ventisette anni abortì clandestinamente, come tante allora, e conobbe la paura di finire nelle mani sbagliate, la solitudine di doverlo fare di nascosto, l’umiliazione di sentirsi una criminale in un Paese dove abortire era reato. Si autodenunciò, andò in carcere, aiutò le donne che vivevano ciò che lei aveva vissuto, e portò quella vergogna privata al centro della scena pubblica finché divenne impossibile ignorarla. Fu anche merito suo se nel 1978 arrivò la legge 194 e l’aborto uscì dalla clandestinità. Non aspettò che qualcuno le concedesse un diritto: se lo prese, e lo prese per tutte, comprese le donne che sarebbero venute dopo.
Franca Viola e Emma Bonino sono fautrici dell’inizio di due diritti fondamentali per quella metà del mondo che è composto dalle donne, ed entrambi i diritti riguardano il nostro corpo. Conquistarono, non da sole, una libertà che prima non ci era concessa.
Ecco perché il vestito, il velo, la gonna non sono mai davvero il focus. Il punto è che nessuno dovrebbe decidere qual è il modo giusto in cui un’altra persona si pone. E chi pensa di non entrarci, perché non impone niente e si limita a commentare, a storcere il naso, a dire la sua su una gonna troppo corta, è sullo stesso albero: solo su un ramo più basso.
È da lì, da quel giudizio che ci sembra innocuo, che sale la stessa linfa che altrove diventa divieto, imposizione, condanna. E finché ci sembrerà normale giudicare come è vestita una donna, quella libertà conquistata a fatica resterà più fragile di quanto crediamo.

Le ragazze della luna di A. Ercoli Finzi, E. Finzi, con T. Tirelli;
Donne senza paura di D. Sacco;
Sopravvissuti di E. De Marco
di Veronica Cocolo
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