Dove chiunque può esprimere il proprio talento
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Uno spazio aperto alla creatività e alle storie di tutti.
Ci sono storie che aspettano di essere raccontate, fotografie che meritano di essere guardate, poesie che finiscono in un quaderno, disegni che restano chiusi in un cassetto.
Abbiamo pensato di aprire uno spazio per farle uscire.
Fuori dal cassetto è una piccola vetrina letteraria e artistica aperta a tutta la comunità: un luogo in cui condividere racconti, poesie, fotografie, illustrazioni, disegni e altre forme di espressione creativa.
Non occorre essere scrittori, artisti o fotografi professionisti. Non cerchiamo opere perfette né pretendiamo particolari competenze: ci interessa la voglia di raccontare, osservare, immaginare e condividere.
Possono partecipare tutti, senza distinzioni e senza bisogno di avere qualcosa in comune con noi, se non il desiderio di mettere in circolo un po’ della propria creatività.
Perché un paese non è fatto soltanto di strade, piazze e istituzioni. È fatto anche delle persone che lo abitano, delle loro storie, delle loro passioni e di ciò che hanno da esprimere.
Hai qualcosa nel cassetto?
Tiralo fuori.
Per partecipare, scrivici a sogniamocasorate@gmail.com
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Due novembre
Una storia di famiglia e di memoria.
Ci sono ricordi che attraversano le generazioni, legami che resistono al tempo e persone che continuano ad abitare, in qualche modo, le storie di chi viene dopo di loro.
E poi ci sono le storie che ci raccontiamo, le parentele che ricostruiamo, i volti nei quali crediamo di riconoscere qualcosa di nostro.
Questa è un breve racconto che ho scritto nel 2012, sul ricordo, sulla famiglia e su quello strano modo in cui il passato, ogni tanto, torna a farci visita. Soprattutto in giornate significative come il Due novembre. Oggi lo tiro fuori dal cassetto.
di Salvatore D’Amora
— Fabri’, quello dev’essere lo zio Pasqualino.
Due paia di occhi curiosi si specchiarono in una fotografia color ocra, affacciata dall’alto di un loculo. Vi era ritratto un giovane alto, dallo sguardo fiero, che sembrava bucare la vecchia carta fotografica e attraversare i decenni. Sull’attenti, in divisa, soldato semplice. Sotto il ritratto, una scritta: «PASQUALE CAPURRO».
— Sì, sì, è sicuramente lui.
— Ma chi sarebbe?
— Dunque — riprese il padre, accompagnando con l’indice il filo di un ricordo lontano — sarebbe un cugino… di mio nonno, mi pare.
— Ah… e perché lo chiami «zio», allora?
— Ma non è uno zio in senso carnale, diciamo. È quasi uno zio a titolo onorifico: si tratta comunque di un parente…
Il figlio annuì, continuando a guardare quel volto che gli sembrava così familiare. Gli pareva di vedere suo fratello Sandro, dentro quella divisa stirata, dentro quel giallo spento che sembrava conservarlo sott’olio. Non c’erano dubbi: il volto, le spalle, erano proprio gli stessi. Tolto il baffetto, erano la medesima persona. Chissà che effetto gli avrebbe fatto ritrovarsi in una fotografia dei primi del secolo.
Sandro, invece, sembrava non accorgersene affatto. Se ne stava in disparte, dietro tutti, senza fare nulla per nascondere la noia di quel mercoledì mattina al cimitero. Sbuffava, sbadigliava, guardava l’orologio e consumava sigarette.
— …E pochi anni dopo che fu scattata la foto partì per la guerra, la Grande guerra. Non tornò più, come molti della sua generazione. Da quel che so fu colpito dai proiettili di una mitraglia austriaca… o forse da una granata, non ricordo bene. Comunque erano anni che non lo vedevo, anzi, me n’ero completamente dimenticato. Mo’, per caso, buttando un occhio qua e là, l’ho riconosciuto. Guarda gua’, nemmeno un fiore. Che peccato…
Prese la scala, l’avvicinò al loculo e salì fino alla fotografia. Riempì il vaso accanto alla cornice, poi rimase a guardare il ritratto ancora per qualche istante. Infine lo sfiorò con le dita, se le portò alle labbra e si segnò.
— È in persone come lui che affondano le nostre radici — disse, scendendo.
— Che esagerazione! — sbottò Sandro dal suo angolo. — Le nostre radici nelle mani di uno che fino a mezz’ora fa non conoscevamo nemmeno! Avesse almeno il nostro cognome!
— Ma che c’entra questo! Anche se alla lontana, ci appartiene. Appartiene al nostro passato. Il cognome, e che cos’è il cognome? È solo una convenzione degli uomini per distinguersi l’uno dall’altro e per distinguere i propri beni, mogli e figli compresi, da quelli degli altri. Il cognome è il primo passo verso la proprietà privata, non lo sai? Eh già, perché se uno vuole stabilire che un pezzo di terra è suo, e quindi dei suoi discendenti, lo fa dicendo che appartiene alla famiglia Balzano, per esempio. Quindi il cognome non è niente: è il sangue che ci fa parenti! E poi non vedi che ha il tuo stesso sguardo sprezzante — disse, quasi mimando l’espressione e la postura del figlio, con una punta d’ironia — e il corpo robusto come te?
— Seh, come no… — concluse Sandro, richiudendosi nel suo ostinato tedio.
Il padre sbottò:
— Eeeh, è sempre così con te! Mai una discussione che porti a una conclusione! Nel mezzo del ragionamento te ne vai… e che parlo io solo?! E poi vulesse sape’ — abbassò la voce, rientrando in sé — vorrei sapere che hai da stare così. Sei l’unica persona al mondo contraria a una cosa sacra universalmente come visitare i morti. Sbagli! Sbagli! Come te lo devo dire, in cinese?! Un giorno, tra cient’anne, sarai pure tu là sopra — indicò il loculo — e vedrai se ti farà piacere che uno parli di te come tu hai parlato del povero zi’ Pasqualino.
In quel momento una vecchia signora, bassina e un po’ gobba, con la testa coperta da un foulard marrone, si avvicinò alla scala. Salì lentamente i gradini che la separavano dalla fotografia, l’accarezzò, tirò fuori un fazzoletto di stoffa e la spolverò.
Quando si accorse dei fiori freschi, si stupì. Si voltò verso gli unici tre che stavano sotto quella fila di tombe e li guardò con sospetto. Per qualche istante nessuno parlò. Poi il capofamiglia si fece avanti, con l’indice alzato come chi chiede un’informazione.
— Voi siete una parente?
— Si capisce — rispose risoluta la vecchietta. — Ma io non capisco voi chi siete.
— Noi siamo legati alla lontana… Dovete sapere che mio nonno, Tazza Domenico fu Nicola, per essere precisi, aveva un cugino che si chiamava, mi pare, Giuseppe Capurro, ma…
— Ma che dite? — lo interruppe bruscamente la vecchina, muovendo avanti e indietro le mani giunte. — Io non conosco né questo Domenico né ’stu Giuseppe! Ué, sentite, ma voi chi vi credete di sfottere?
— No, signo’, ma che avete capito?! Ci dev’essere un equivoco! Forse non ricordate bene…
— Io ricordo benissimo! Anche se sono vecchia, ho una memoria di ferro! E voi il mio povero marito dovete lasciarlo stare… in questo giorno, poi!
— Marito?! Ma scusate, siete la moglie di zio Pasqualino? Ma com’è possibile? Quello è morto in guerra…
— Ma quando mai?! Mio marito è morto di subito, quando era ancora giovane, e l’unica fotografia che aveva era quella…
— Uuuuh, scusate, signora, scusate! Abbiamo preso una svista! Scusate, scusate ancora, buona giornata, buona giorn… — Poi, rivolto ai figli: — Jamme ja’, andiamocene. — E ancora alla vecchia: — Di nuovo, buone cose!
— Iiih, che figura ’e niente — sentenziò Sandro, facendo roteare lentamente la mano aperta.
Il fratello, invece, continuava a pensare al povero zio Pasqualino. Dopo aver avuto la vita strappata a vent’anni, non poteva nemmeno illudersi di continuare a vivere nel ricordo dei suoi discendenti. Qualche frase scarna, affidata al vento freddo di una mattina di novembre, sarebbe stata il suo epitaffio, il suo lamento per una morte amara.
