Quel giorno che Guccini venne a Casorate

Il 13 maggio 2006, un sabato sera, Francesco Guccini era qui. Era a Casorate per  presentare la compagnia teatrale della sua Pàvana, che recitava l’Aulularia di Plauto, la commedia latina da cui Molière trasse L’Avaro, nella traduzione che lui stesso aveva fatto in dialetto pavanese.

Duemila anni di teatro classico riportati alla lingua di un paese di montagna dell’Appennino, e regalati una sera ad un piccolo paesino della  provincia lombarda.

Ieri, 6 agosto, se ne è andato a 86 anni, nella sua Pàvana, tra la moglie Raffaella e la figlia Teresa.

E oggi ci piace ricordare quel piccolo episodio.

Chi era Guccini?

Un uomo che non ha mai smesso di credere che la cultura alta e la vita di paese potessero stare nella stessa stanza. Che Plauto e il dialetto, l’università e l’osteria, non fossero mondi da tenere separati.

Ha cantato la nostalgia della terra dei nonni, la dignità di chi lavora, gli amici, la morte e il tempo che se ne va. Cose di tutti. Per questo lo hanno amato persone diversissime tra loro, che su quasi tutto la pensano in modo opposto: perché Il vecchio e il bambino, Amerigo, Radici non chiedono la tessera di nessuno per commuovere. Valorizzava le radici, difendeva la libertà, teneva insieme il passato e il presente, nord e sud, destra e sinistra.

La cultura come stare insieme

Guccini apparteneva a un mondo che forse oggi non esiste più: quello delle osterie, delle balere, della musica suonata insieme attorno a un tavolo.

Un universo in cui la cultura non era qualcosa da consumare da soli, davanti a uno schermo, ma un modo di ritrovarsi.

Ci si trovava, si cantava, si discuteva, si stava insieme e in quello stare insieme una comunità si riconosceva, imparava chi era. 

È lì il segreto della sua forza. Lo è stato e lo sarà probabilmente in futuro.

Le sue canzoni nascevano tra la gente e tornavano alla gente. Non c’era distanza tra il poeta e chi lo ascoltava: c’era una tavolata.

La stessa idea che, quella sera del 2006, portò Plauto – un autore latino di duemila anni fa- dentro una palestra di paese, improvvisata teatro per quella sera, tradotto nel dialetto di una valle dell’Appennino, perché tutti potessero riderne e commuoversi.

La cultura non come privilegio di pochi, ma come cosa che si apre e si condivide.

È stato un momento prezioso e semplice, soprattutto per una piccola comunità come la nostra.

Un paese non vive solo di ciò che è necessario. Vive anche delle occasioni per incontrarsi: una serata a teatro, una festa, un concerto, un libro presentato in piazza.

Momenti che non risolvono un problema pratico, ma che tengono unite le persone, danno a un luogo un’anima e una memoria comune.

Guccini queste cose non le ha spiegate: le ha vissute, per tutta la vita.

Grazie, Maestrone

Ci piace pensare che un pezzo di lui sia rimasto qui, in una sera di maggio di vent’anni fa, quando fece stare insieme e pensare un paesino del Varesotto, con le parole di un poeta latino tradotte nel suo dialetto di montagna.

Il modo migliore per onorarlo non è una frase di circostanza. È continuare a fare quello che lui faceva senza dirlo: tenere aperta “l’osteria” della comunità. Portare cultura dove non ci si aspetta di trovarla. Ricordare che un paese è fatto di persone, e le persone hanno bisogno di stare insieme.

Ciao, Francesco. E grazie per essere passato, una sera, anche da noi.

“Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!” Il vecchio e il bambino 1972

Lascia un commento

Scopri di più da Sogniamo Casorate

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere