Per molti bambini la squadra è il primo gruppo che non hanno scelto i genitori. Un Noi che li accompagnerà per tutta la vita.
di Veronica Cocolo
Qualche anno fa un gruppo di ricercatori americani ha seguito migliaia di ragazzi dall’adolescenza fino all’età adulta, per capire cosa li avesse resi, da grandi, più sereni. Hanno messo in fila le spiegazioni consuete: il rendimento a scuola, il reddito e il titolo di studio dei genitori, il quartiere in cui erano cresciuti. La risposta più netta, però, veniva da un’altra parte: era aver fatto parte di una squadra.
Chi ha giocato in una squadra da bambino lo sa: la squadra è il primo gruppo che un bambino non sceglie e che non gli scelgono i genitori; glielo mette davanti il gioco, e lui se lo tiene così com’è. Con il più bravo e con quello che gioca poco, con il capitano e con il ricambio che aspetta in panchina il suo turno. C’è l’allenatore, che per molti è il primo adulto importante fuori dalla famiglia: uno che non ti vuole bene per forza, come fanno i genitori, ma che ti valuta per quello che fai in campo e per come stai con gli altri. Ci sono le trasferte, gli spogliatoi, le domeniche sotto la pioggia o in una palestra, i litigi del lunedì e le paci del giovedì. In quel piccolo mondo un bambino impara cose che a casa e a scuola arrivano con più fatica: che si vince insieme e si perde insieme, che il proprio turno a volte aspetta, che il merito di una vittoria è anche di chi ha fatto il passaggio.
E impara che da solo non andrebbe da nessuna parte.

E’ SOLO UN GIOCO?
In una squadra si compete e si collabora nello stesso istante: con i compagni per vincere, contro avversari che senza di te non potrebbero nemmeno giocare. L’altra squadra non è un nemico da eliminare, è la condizione stessa della partita: è ciò che la rende possibile e le dà un senso. Senza qualcuno dall’altra parte non c’è una gara. Sembra un’ovvietà, ma non lo è per niente, soprattutto adesso, in un tempo in cui chi la pensa diversamente diventa in fretta un avversario da zittire, e poi un nemico da cancellare, dentro e fuori dagli schermi. Un bambino che ha stretto la mano a chi l’ha appena battuto, o che ha consolato chi ha battuto lui, ha capito qualcosa che a molti adulti, oggi, sfugge o che hanno dimenticato: che si può stare dalla parte opposta e continuare a rispettarsi.
Quasi un secolo fa uno storico olandese, Johan Huizinga, dedicò a tutto questo un libro intero, Homo ludens, l’uomo che gioca. La sua idea era spiazzante: il gioco non è un passatempo che viene dopo le cose serie, è una delle radici stesse della civiltà. Ogni volta che si gioca – scriveva- si traccia un cerchio, ed entro quel cerchio valgono regole inventate dal nulla ma rispettate da tutti; per qualche ora, dentro quel confine, nasce un piccolo mondo ordinato e scelto liberamente. Una squadra, in fondo, è esattamente questo: una piccola repubblica. Le regole sono uguali per chiunque; c’è un arbitro che le fa valere senza guardare in faccia nessuno; e il risultato si accetta anche quando è contro di noi, perché è arrivato in modo giusto. Un bambino che impara a perdere senza dare la colpa all’arbitro sta imparando, in miniatura, la cosa più difficile di una democrazia: riconoscere come legittimo anche ciò che non ci piace.
È una scuola di cittadinanza travestita da partita.
Che tutto questo lasci un segno non è più soltanto un’impressione di chi lo sport l’ha amato. Lo studio americano da cui siamo partiti è uscito su una delle principali riviste mediche del mondo, JAMA Pediatrics, e ha seguito migliaia di persone dall’adolescenza fino all’età adulta. Chi da ragazzo aveva fatto parte di una squadra, da adulto aveva il 24% di probabilità in meno di ricevere una diagnosi di depressione e il 30 per cento in meno di soffrire d’ansia. L’effetto protettivo era ancora più forte per chi era cresciuto in una famiglia difficile, con un genitore assente, malato o in carcere, cioè proprio per chi partiva più in salita. E la ragione, spiegano i ricercatori, sta nell’essere accettati, nel far parte di un gruppo, nell’avere un posto dove, almeno una volta a settimana, qualcuno ti aspetta.
Un secondo studio, condotto su oltre undicimila bambini tra i nove e i tredici anni, ha messo a fuoco il punto che più ci riguarda: a fare la differenza è proprio il gioco di squadra. I bambini che praticavano uno sport di gruppo mostravano meno ansia, meno tristezza, meno tendenza a chiudersi e a isolarsi. La squadra aggiunge qualcosa in più: gli altri, la fatica e la gioia di dipendere da loro e, insieme, di farsene carico.
GLI ALTRI: IL CAPITALE SOCIALE
Venticinque anni fa un politologo americano, Robert Putnam, pubblicò un libro diventato celebre, Bowling Alone, giocare a bowling da soli, partendo da un’immagine quasi comica: gli americani continuavano a giocare a bowling, ma avevano smesso di farlo nelle leghe, in gruppo, e avevano preso ad andarci da soli. Dietro quel dettaglio Putnam leggeva un intero Paese che si sfilacciava.
Una comunità, osservava, non sta in piedi solo grazie alle leggi o all’economia, ma grazie ai luoghi in cui le persone si incontrano di persona, si conoscono e imparano a fidarsi: le associazioni, le parrocchie, i cori, le bocciofile, le squadre. A questa rete invisibile diede un nome che oggi usano tutti, capitale sociale, e dimostrò con i numeri che dove si assottiglia la gente diventa più sola, più diffidente, più fragile e più facile da spaventare. Se parliamo tanto di solitudine, è anche perché di quei luoghi ne abbiamo lasciati chiudere troppi, uno alla volta, senza farci troppo caso.
Una squadra di bambini, vista con questi occhi, è molto più di un corso pomeridiano. È un posto in cui famiglie diverse si incontrano e non per modo di dire: genitori che si danno il cambio per gli accompagnamenti e finiscono per conoscersi, bambini italiani e stranieri, di case agiate e di case che faticano, che per un’ora almeno indossano la stessa maglia e difendono lo stesso colore.
Chi lavora con i ragazzi lo vede ogni giorno. Gli operatori di Save the Children raccontano di bambini chiusi, in difficoltà con i coetanei, che una squadra ha aiutato a sbloccarsi: una ragazzina che non riusciva a legare con nessuno, una volta entrata in una squadra di pallavolo, ha cominciato pian piano a fidarsi e ad aprirsi. Per molti ragazzi è semplicemente un posto dove stare, fuori casa e lontano dagli schermi, in cui si sentono utili e attesi.
Sarebbe disonesto far finta che lo sport sia sempre questo. C’è anche lo sport che stritola invece di far crescere: quello che pretende di scegliere una disciplina a otto anni e di allenarsi come professionisti a dodici, che fa i provini ai bambini e scarta chi non rende, che misura il valore di un ragazzino dai punti segnati e non da come sta in squadra. Quando vincere diventa l’unica cosa che conta, il gioco smette di educare e comincia a selezionare, e i primi a restare fuori sono proprio i più fragili, quelli che di una squadra avrebbero più bisogno. È per questo che lo sport di base, quello educativo dei piccoli club di paese e degli oratori, non va dato per scontato ma riconosciuto e protetto: non è una versione minore dello sport vero, è la sua forma più utile.
È lì che il gioco resta gioco, aperto a tutti, e fa tutto il bene di cui stiamo parlando.
INVESTIRE IN NOI
La direzione, per fortuna, è quella giusta. In Italia chi fa sport con continuità è quasi raddoppiato in trent’anni: era meno di due persone su dieci nel 1995, oggi è quasi tre. La voglia di muoversi e di stare insieme non manca, anzi cresce di anno in anno. Quello che non cresce con la stessa facilità sono i luoghi in cui tutto questo può accadere: le palestre, i campi, le società che li tengono vivi grazie al lavoro di tanti volontari.
Un bambino che per la prima volta smette di pensare solo a sé e comincia a tenere d’occhio anche il compagno accanto: gli passa la palla invece di tentare il tiro da solo, lo aspetta, lo rialza quando cade, esulta per un punto che non ha segnato lui. Tutto questo lo insegna una squadra, mentre lui è convinto soltanto di giocare. Ed è un apprendimento che non si dimentica: quando quel bambino diventa un ragazzo e poi un adulto e sa, perché l’ha provato sulla propria pelle, cosa vuol dire far parte di qualcosa e prendersene cura.
Per questo una squadra, in un paese, non è un dettaglio di poco conto, ma è ancora una volta arricchimento e investimento per un buon presente e un ottimo futuro. È capitale sociale allo stato puro: un posto dove i bambini crescono sani, imparano a convivere e a perdere senza odiare, e dove la comunità si ricuce, si evolve, fraternizza. Tenere in vita le società sportive, mettere a disposizione campi e palestre, fare in modo che nessun bambino resti fuori per il costo di una maglia o di un’iscrizione sono tra le cose più utili e più belle che un luogo possa fare per sé e per i propri figli, e costano sempre meno di quello che restituiscono.
Quel primo Noi imparato da bambini è anche il primo mattone di una comunità. E, una volta imparato, ce lo portiamo dietro per tutta la vita.
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