Ottant’anni di Repubblica Italiana

Il patto che ancora ci appartiene

Il 1° gennaio 1948 entrava in vigore la Costituzione della Repubblica Italiana: era la volontà, di un popolo coraggioso stremato dalla guerra, di darsi delle regole che impedissero il ritorno alla barbarie. Tutto accadeva a seguito del Referendum del 2 giugno 1946, quando italiane e italiani avevano scelto di essere Repubblica. Ottant’anni dopo, vale la pena di fermarsi a riflettere e ricordare da dove veniamo.

Un patto nato dalle macerie


La Costituzione non nacque in un momento di pace e prosperità. Nacque tra le rovine materiali e morali di vent’anni di fascismo e cinque di guerra. L’Assemblea Costituente, eletta il 2 giugno 1946, era composta da uomini e donne che avevano visto e vissuto prigionia, esilii, lutti. Eppure riuscirono a costruire qualcosa di straordinario: un testo capace di tenere assieme visioni del mondo profondamente diverse — di cattolici, comunisti, liberali, socialisti — attorno a principi irrinunciabili.

Quei principi erano risposte precise ai mali che avevano devastato l’Europa: il totalitarismo, la soppressione delle libertà, la cancellazione dei diritti, la guerra come strumento di politica. La Costituzione disse no a tutto questo.

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.»

— Articolo 3, Costituzione della Repubblica Italiana

I principi che ancora ci guidano


Rileggere i primi dodici articoli — i “principï fondamentali” — è ogni volta un’esperienza sorprendente. Parlano di lavoro come fondamento della Repubblica, di uguaglianza sostanziale (non solo formale), di tutela delle minoranze, di pace come valore internazionale. Parlano di salute, di istruzione, di cultura come diritti, non come privilegi.


Art. 1 — Il lavoro come fondamento  «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.» Il lavoro non come obbligo ma come dignità e partecipazione alla vita comune.

Art. 3 — L’uguaglianza reale  La Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena partecipazione di tutti. Non basta la parità formale.

Art. 9 — Cultura e paesaggio  La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico. Un principio che suona attualissimo, anche a Casorate.

Art. 11 — Il ripudio della guerra  «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.» Scritto da chi la guerra l’aveva vissuta sulla propria pelle.

Il voto delle donne: la prima volta in Italia

Il 2 giugno 1946 fu anche il giorno in cui tutte le donne italiane, per la prima volta, votarono. Milioni di donne che fino ad allora erano state escluse dalla vita pubblica si recarono ai seggi. L’affluenza femminile fu altissima, oltre l’89%. Era il risultato di un desiderio tenuto a lungo compresso, conquistato con il decreto luogotenenziale del 1° febbraio 1945, e difeso, nei mesi seguenti, contro resistenze familiari, diffidenze culturali, condizionamenti di ogni tipo.

Molte di quelle donne erano arrivate ai seggi dopo aver superato ostacoli che oggi facciamo fatica persino a immaginare: madri che scuotevano la testa, mariti scettici, una società che per generazioni aveva asserito che la politica non era affar loro. Eppure andarono. E votarono con una partecipazione che stupì anche coloro che quella riforma l’avevano sostenuta.

Tra i 556 componenti dell’Assemblea Costituente, 21 erano donne. Un numero piccolo in assoluto, ma enorme per il contesto. Provenivano da partiti e storie diverse e portarono nell’Assemblea prospettive che altrimenti sarebbero rimaste fuori dalla stanza; quelle delle lavoratrici, delle madri, delle partigiane, di chi aveva attraversato la guerra in una condizione diversa rispetto agli uomini che sedevano accanto a loro.

Alcune delle 21 Madri Costituenti

  • Nilde Iotti
  • Lina Merlin
  • Teresa Noce
  • Maria Federici
  • Angela Cingolani Guidi
  • Adele Bei
  • Laura Bianchini
  • Filomena Delli Castelli
  • e altre 13

Non erano lì per rappresentanza simbolica. Lavorarono sui testi, presentarono emendamenti, si batterono su punti precisi. Lina Merlin portò avanti battaglie sulla condizione delle donne che avrebbero avuto effetti per decenni. Nilde Iotti, tra le più giovani dell’Assemblea, sarebbe diventata anni dopo la prima donna a presiedere la Camera dei Deputati. Teresa Noce, operaia e sindacalista, portò nell’aula la voce di chi il lavoro lo conosceva non da teorico ma da vita vissuta. Maria Federici si battè perché i principi di tutela della famiglia fossero concreti e non solo enunciati. Storie diverse, partiti diversi, ma una presenza comune che lasciò un’impronta permanente sulla Carta.

Grazie al loro contributo, la Costituzione sancì all’articolo 3 la parità senza distinzione di sesso, e all’articolo 51 il diritto delle donne di accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza. Non erano concessioni: erano conquiste, scritte nel testo fondamentale della Repubblica da chi quelle conquiste le aveva volute e difese.

Una Costituzione che parla anche a Casorate Sempione


Ottant’anni di Assemblea Costituente non sono ottant’anni di storia lontana. Quei principi si rispecchiano nelle scelte concrete che ogni comunità fa ogni giorno: come si gestisce il suolo, se si investe nell’istruzione dei bambini, se si ascoltano le voci di tutti o solo di alcuni, se si pensa al lungo periodo o solo all’immediato.

L’articolo 9, che tutela il paesaggio e il patrimonio culturale, non è distante dalla scelta di non consumare nuovo territorio. L’articolo 3, che chiede di rimuovere gli ostacoli alla partecipazione, non è lontano dall’idea che le politiche per le famiglie e i giovani siano un investimento pubblico, non un costo. L’articolo 32, che garantisce la tutela della salute, risuona in ogni discussione sull’impatto ambientale di Malpensa sulla nostra comunità.

La Costituzione non è un monumento. È uno strumento. E come ogni strumento, vale quanto la cura che gli riserviamo — e quando ci chiediamo se le nostre scelte quotidiane siano all’altezza dei principi che contiene.

La Costituzione non è un pezzo di carta. È la conquista di un popolo che ha imparato a proprie spese quanto costa perderla.

Ricordare per continuare

Celebrare gli ottant’anni della Assemblea Costituente non significa idealizzare la Costituzione. E’ riconoscere che fu un atto di fiducia straordinario in un momento di sfiducia totale. E’ chiedersi se oggi saremmo capaci di un atto simile: costruire assieme, al di là delle divisioni, qualcosa che duri più di noi.

Come comunità civica, crediamo che la politica locale — quella dei consigli comunali, degli incontri in Sala Impastato, delle decisioni su un parco o su una pista ciclabile — sia il luogo più vicino a quella tradizione. Non perché sia eroica. Perché è concreta, partecipata, e obbliga a fare i conti con il bene comune ogni giorno.

Ottant’anni fa, qualcuno scrisse una lettera a milioni di italiane e italiani dicendo: hai il diritto di partecipare. Ancora oggi, quella lettera ci appartiene.

Buon compleanno, Repubblica!
E grazie a coloro — uomini e donne — che scrissero la Costituzione
con la consapevolezza di chi sa cosa voleva dire non averla.

Una risposta a “Ottant’anni di Repubblica Italiana”

  1. Avatar Sonia Scandolara
    Sonia Scandolara

    Ed è il giorno in cui le donne hanno avuto finalmente, il diritto ad essere riconosciute come persone, in grado di scegliere e di decidere per la loro vita e la vita dei loro figli.
    Prima del ’46 le donne non avevano mai potuto votare e decidere per il loro futuro, e diciamocelo, il 2 giugno è la vera festa della donna, di quando finalmente siamo tornate ad essere persone.
    Questo ci deve spronare alla partecipazione ed all’impegno, perché i diritti restano se ne hai cura,

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